La paura della normalità

In questi giorni si parla molto della cosiddetta “fase 2” legata al covid-19 e di “ritorno alla normalità”. Ma cosa significa veramente tornare alla normalità? Quali sono le situazioni che lo richiedono? Quali potenziali insidie e difficoltà si nascondono dietro al tornare alla nostra vita di sempre?

Cerchiamo innanzitutto di fare chiarezza su cosa significa “tornare alla normalità”. Questo concetto trova la sua applicazione nel momento in cui abbiamo vissuto per diverso tempo una situazione che riteniamo “eccezionale”.

Possiamo tornare alla normalità dopo due mesi passati in crociera ai caraibi oppure tornare alla normalità dopo sei mesi passati su un letto d’ospedale. Anche se partiamo da presupposti completamente diversi, entrambe queste esperienze contengono potenziali difficoltà ed insidie legate al ritorno alla nostra vita di sempre.  

Vi sono due principali trappole che si celano dietro qualsiasi tipo di ritorno alla normalità, e vanno in direzioni completamente opposte.

La prima trappola: la "zona di sicurezza"

zona di sicurezza - safety zone

Vediamo un esempio. Mario ha 33 anni e lo scorso anno ha avuto un grave incidente d’auto che lo ha costretto a rimanere a letto per
diversi mesi
, confinato prima in una stanza d’ospedale e poi nella propria camera da letto. Una volta recuperate, con grande fatica, le proprie capacità motorie, Mario si è trovato davanti alla sfida di tornare alla normalità.

Ciò che può accadere spesso in una situazione come quella
vissuta da Mario, è la cosiddetta “sindrome della capanna”, molto citata in questi giorni in quanto applicabile anche in questi tempi di coronavirus (per un approfondimento vedi qui).

Un lungo periodo di segregazione forzata può facilmente portare ad un restringimento di quella che consideriamo la nostra “zona di sicurezza”. Cioè lo spazio in cui ci sentiamo al sicuro e tranquilli di muoverci liberamente. Prima dell’incidente, attività come uscire di casa, andare a fare la spesa, andare al lavoro, uscire con gli amici, andare in vacanza erano per Mario tutte all’interno della sua “zona di sicurezza”.

Dopo molto tempo passato in isolamento tutte queste attività si trovano ora per Mario al di là della sua zona sicura. Ciò significa che
semplici comportamenti come uscire per andare in centro o tornare al lavoro sono diventate per lui fonte di paura ed ansia.

Va sottolineato che questo restringimento della zona di sicurezza non riguarda solo casi così eccezionali, ma è un evento che può accadere a tutti durante la nostra vita anche se probabilmente in modo meno
marcato.

Vediamo altri esempi: Anna è abituata da anni a vivere nel proprio paesino e non se la sente più di andare da sola in città. Ettore e Cinzia una volta viaggiavano spesso all’estero, ma dopo anni passati in Italia,
non si sentono più tranquilli nell’andare in un paese straniero. Enza non
prende il treno da anni ed ora non si sente più sicura di farlo da sola.

Una delle difficoltà del “ritorno alla normalità” è legata quindi al restringimento della nostra “zona di sicurezza” percepita. Questo restringimento porta all’insorgere di paure che ad un occhio esterno possono apparire ingiustificate ed irrazionali

Ritrovare la sicurezza perduta

cercare sicurezza nella tempestaMa come si esce da questa situazione? Cosa dovrà fare Mario per riallargare la propria zona di sicurezza?

La cosa più importante per Mario è capire cosa NON dovrà fare. La psicologia strategica insegna che vi sono 3 principali comportamenti, dette “tentate soluzioni”, che è molto importante evitare in quanto portano all’acutizzarsi dei propri timori: chiedere aiuto, evitare le situazioni, parlare a tutti delle proprie difficoltà.

Mario dovrà quindi evitare ad esempio di uscire solo se accompagnato da qualcuno (richiesta di aiuto), dovrà evitare di raccontare ad amici e partenti le proprie difficoltà (socializzazione della paura) in quanto altrimenti queste tenderanno ad ingigantirsi (vedi articolo). Infine, Mario dovrà sforzarsi di “evitare di evitare”. 

La cosa più efficace per Mario sarà il guardare in faccia e affrontare in maniera autonoma, passo dopo passo, le proprie “nuove” paure e riconquistare, metro dopo metro, la propria sicurezza perduta.

La seconda trappola: da domani cambio vita

nuova vita, vecchia vitaLa seconda trappola ha a che fare con un sentimento opposto. Quante volte ci è capitato di tornare da una lunga vacanza e dire “ora cambierà tutto”, “non tornerò alla vita di prima”. Come abbiamo visto in questi giorni di coronavirus, la stessa cosa sta accadendo ora che ci affacciamo alla “fase due” di quest’emergenza. Ovunque su giornali e social si sprecano gli slogan sul “tornare migliori di prima”, “non ricadere negli stessi errori”.

Ma perché si tratta di una trappola? Per un semplice motivo: l’essere umano da un lato è assolutamente in grado di adattarsi ad eventi eccezionali, ma dall’altro, cerca in ogni modo di conservare il proprio equilibrio.

In biologia esiste un principio molto noto chiamato “omeostasi”. Si tratta della tendenza naturale di ogni organismo vivente di ricerca della stabilità, di mantenere costanti le condizioni del proprio ambiente interno, nonostante le variazioni dell’ambiente esterno.

Tale principio è stato negli anni preso in prestito e applicato anche in relazione ai comportamenti umani ed alle relazioni famigliari grazie in particolare alle ricerche dello studioso Gregory Bateson.

Tutti noi, nella nostra vita e nelle nostre relazioni, siamo costantemente alla ricerca del mantenimento dell’equilibrio che cerchiamo incessantemente di proteggere dagli eventi esterni.

Tale principio da un lato è molto importante in quanto ci aiuta a mantenere il controllo delle nostre situazioni di vita, a risparmiare preziose energie e a muoverci all’interno di contesti che ben conosciamo. Tuttavia, esso è anche la fonte principale della cosiddetta “resistenza al cambiamento” che è una delle ragioni principali alla base dei problemi umani. Infatti, a tutti noi capita di rimanere bloccati in situazioni insoddisfacenti o talvolta fonte di grande disagio e sofferenza, ma che non abbiamo il coraggio di modificare.

Vediamo alcuni esempi. Marta è coinvolta da anni in una relazione sentimentale che non la soddisfa, ma ha paura di lasciare il proprio partner. Giorgio è insoddisfatto del proprio posto di lavoro ma non se la sente di tentare l’avventura di un nuovo impiego. Giovanni e Maria abitano da vent’anni nella stessa casa, vorrebbero cambiare ma temono che poi potrebbero non trovarsi bene in una nuova casa.

Ma quand’è quindi che le persone cambiano? Basta semplicemente dire “da domani sarà tutto diverso”? 

Quando le persone cambiano

cambiamento emotivoGeneralmente le persone affrontano un cambiamento importante quando il proprio equilibrio viene scosso da quella che tecnicamente viene chiamata “esperienza emozionale correttiva”. Si tratta di un’esperienza che, toccandoci profondamente a livello emotivo, ci porta a ristrutturare la nostra percezione e a cercare un nuovo e diverso equilibrio.

Tornando ai nostri esempi, Marta dopo anni ha deciso finalmente di lasciare il partner quando un giorno il partner l’ha schiaffeggiata (esperienza emozionale correttiva). Giorgio invece è stato purtroppo vittima di un taglio per riduzione del personale (esperienza emozionale correttiva), ritrovatosi improvvisamente a casa, ha deciso di cercare un nuovo lavoro in un’azienda che apprezzi maggiormente le sue competenze. E Giovanni e Maria? Hanno finalmente deciso di cambiare casa quando Maria è rimasta incinta.

Ed ecco quindi la trappola. Tornati dalle vacanze, qual è l’esperienza emozionale correttiva che ci farà rompere l’equilibrio e “cambiare per sempre la nostra vita”? Probabilmente nessuna.

I cambiamenti non accadono per caso, non accadono solamente perché lo desideriamo. Come detto, se abbiamo vissuto un’esperienza emotiva importante, cambiare sarà certamente più semplice, in quanto tali esperienze ci scuotono nelle fondamenta.

Per chi invece desidera cambiare alcuni aspetti della propria vita, senza aver vissuto tali esperienze “ristrutturanti” la strada più deleteria è certamente quella di porsi obiettivi di cambiamento improbabili e generalizzati (“basta da domani cambio”). Questi slanci infatti non essendo sostenuti da una spinta emotiva importante, tendono a esaurirsi molto in fretta lasciandoci delusi e frustrati in quanto la spinta non sarà sufficiente a rompere il nostro equilibrio (l’omeostasi appunto).

In questi casi invece, la strada più efficace consiste nel porsi piccoli, ma reali obiettivi di cambiamento che sentiamo alla nostra portata. Si tratta di accumulare piccoli ma significativi cambiamenti che ci porteranno ad un certo punto a sentirci in grado di affrontare un cambiamento più grande.